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CONSIGLIO UE Con le ultime riforme l’Italia dovrà gestire il 25% dei fondi Ue con misure nazionali Pac, un miliardo di euro in cerca di un business plan
L’articolo 68 e le enveloppe delle Ocm segnano la fine del dirigismo Ue. Ora la sfida si gioca sulla capacità di fare scelte strategiche in grado di traghettare il settore dai vecchi meccanismi di garanzia a un approccio più orientato al mercato.
Rinunciando alla litania delle polemiche in cambio di qualche idea in più. E a Brno parte il dibattito sul budget agricolo del futuro.
La Politica agricola al tempo della crisi cerca nuove strategie per giustificare il suo peso, da tempo e da molti ritenuto eccessivo, sul bilancio comunitario. La Presidenza di turno della Ue ha riunito i ministri dell’Agricoltura dei 27 a Brno, il 2 giugno scorso, per discutere, sulla scia del dibattito lanciato dalla Francia un anno fa, del futuro della Pac e del ruolo dell’agricoltura nelle politiche dell’Unione dopo il 2013, quando scadranno le attuali prospettive finanziarie e con esse le garanzie accordate alla sua prima politica economica. Sui circa 50 miliardi di euro annui garantiti agli agricoltori europei lo scontro, come sempre, è inevitabile. I detrattori della Pac, con i Paesi del Nord Europa in prima fila, sono pronti a tornare all’attacco per drenare risorse a favore di altre politiche ritenute più innovative. Se la scadenza del 2013 sembra lontana, è opportuno ricordare che il negoziato sulla futura struttura del budget Ue si apre formalmente quest’anno. Con la Pac nel consueto ruolo di osservato speciale. Ma, ed è questa una delle principali novità emerse dal Consiglio informale di Brno, lo «zoccolo duro» dei liberisti potrebbe esseremeno numeroso rispetto alle previsioni.
Lo scenario che si è delineato vede in posizione più oltranzista, di aperta ostilità nei confronti della Pac, solo svedesi e britannici, che chiedono di smantellare i sussidi all’agricoltura «consegnando» il settore al mercato; mentre danesi, olandesi e cechi si collocano su posizioni intermedie e più «aperte » di quanto atteso alla vigilia. Dall’altra parte, a guidare il fronte dei partner favorevoli a una Pac forte finanziariamente ci sarà, come sempre, la Francia. Dalla sua, una larghissima maggioranza di Stati membri, tra cui l’Italia, che ritiene necessariomantenere il volume di aiuti per garantire la continuità della più importante politica europea. Determinante, come sempre nelle scelte europee, sarà il ruolo della Germania, primo contribuente al bilancio comunitario e con un dibattito interno sulla sostenibilità della spesa agricola che si fa sempre più duro.
La partita per ora si gioca in casa, tra ministri agricoli e delle finanze dei Paesi contribuenti netti al bilancio Ue. I tempi sono più stretti di quanto si immagini: la Presidenza Ceca punta a ottenere delle conclusioni politiche sul dibattito a giugno, prima di passare il testimone alla Svezia. Nel 2010 la Commissione presenterà il documento di linee guida e a metà 2011 le proposte giuridiche vere e proprie al Consiglio Ue insieme alle future prospettive finanziarie.
Per l’Italia, il faro della Pac deve continuare a essere la qualità dei prodotti e, come ha dichiarato il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia, «il ruolo dell’agricoltore come imprenditore e produttore di beni agricoli» che deve fare i conti con i costi aggiuntivi imposti dalle rigide norme ambientali e sanitarie europee, che gli altri produttori mondiali non devono affrontare. Gli aiuti Ue dovrebbero diventare integrazione del reddito per permettere ai produttori di competere suimercati mondiali, con nuovi strumenti per gestire le crisi di mercato. Ad arbitrare la partita, non si sa ancora se sarà l’attuale commissario Fischer Boel, in scadenza dimandato e che ha già fatto sapere di «non aver ancora preso una decisione » su un eventuale secondo mandato.
Ma mentre si discute dell’orizzonte che aspetta la Politica agricola dopo il 2013, l’ultimo ciclo di riforme concluso con l’Health check di novembre, ne ha già cambiato radicalmente le coordinate. Lasciando, insieme al dirigismo degli aiuti accoppiati ormai definitivamente abbandonato, nelle mani degli Stati membri una parte sempre più importante della sua gestione concreta. Tra articolo 68, il prelievo fino al 10% sugli aiuti diretti per finanziare assicurazioni e progetti-qualità, che rappresenta lamisura simbolo della discrezionalità lasciata ai singoli partner da Bruxelles, ed enveloppe nazionali in arrivo dalle varie Ocm (vino, olio, tabacco, zucchero e ortofrutta con i piani operativi), l’Italia si ritrova con una massa di oltre un miliardo di euro di soli fondi comunitari (un quarto del totale aiuti diretti) da gestire in casa. Con scelte non sempre facili da fare, come dimostra da ultimo il negoziato sull’applicazione dell’articolo 68. «No a una Pac rinazionalizzata», ha affermato con forza il commissario Fischer Boel proprio alla vigilia del vertice di Brno. Ma la progressiva deregulation comunitaria impone, se non una rinazionalizzazione, sicuramente unamaggiore partecipazione dei singoli Statimembri nella gestione degli aiuti Ue. Che nel caso dell’Italia si traduce spesso in aperto conflitto tra Mipaaf e amministrazioni regionali.
Ne è un esempio la gestione dei fondi Psr, il cosiddetto secondo pilastro della Pac che occupa una quota sempre maggiore dell’intero budget. Soldi da spendere in casa, con delle scelte limitate da pochi vincoli Ue, sulle quali le Regioni non sempre hanno dato prova di grande efficienza, e che il ministero ha più volte proposto di gestire attraverso una strategia comune.
Il frumento duro a Foggia è tornato sotto i 500 euro
I mercati dei cereali confermano il trend al ribasso in Europa, riflettendo nella dinamica negativa dei prezzi gli effetti di una crescente pressione dell’offerta e di una richiesta che resta in questa fase circoscritta ai fabbisogni contingenti.
Anche in Italia la domanda, soprattutto di marca industriale, ha mantenuto in prevalenza un atteggiamento attendista. Una condotta che ha fortemente interferito con gli sviluppi mercantili, determinando un nuovo dietrofront soprattutto sul circuito dei frumenti.
Ad accusare il colpo è stato in particolare il grano duro, che a Foggia ha sperimentato in una sola settimana un ribasso di oltre il 4%, scendendo a 480 euro la tonnellata. Meno evidenti, seppure apprezzabili, le ricadute sui prezzi del frumento tenero, con le quotazioni ufficiali alla Granaria di Milano attestate per il panificabile al di sotto dei 270 euro la tonnellata, un livello inferiore del 2,5% a quello della precedente seduta.
Mantiene un’inclinazione negativa anche la curva dei prezzi del granoturco trattato sui 225 euro per tonnellata. Anche in questo caso la domanda, soprattutto da parte della mangimistica, si è mantenuta nei giorni scorsi su livelli modestissimi, in un quadro di aspettative ribassiste che ha spinto gli operatori a rinviare gli ordinativi.
Il quadro dei fondamentali, sui mercati internazionali, continua nel frattempo a supportare le attese di un rintracciamento dei prezzi, soprattutto in relazione agli ottimi sviluppi dei raccolti in Australia, dove la produzione di frumento potrebbe balzare quest’anno al record storico assoluto (le ultime stime parlano di 26 milioni di tonnellate). Meno rassicurante, invece, l’annuncio del blocco dell’export da parte del Kazakhstan, uno dei principali esportatori mondiali di grano. Riso ancora superstar al Chicago board of trade, sull’onda degli acquisti speculativi. Anche il mercato fisico segnala comunque ulteriori tensioni, di riflesso a una forte richiesta industriale e un’offerta ancora con il freno tirato.
Di nuovo un pesante scivolone, sui mercati zootecnici, per il bestiame suino. I conferimenti ai centri di macellazione nazionale, superiori alle attese, hanno contribuito, in tandem con una maggiore pressione dell’offerta estera, a imprimere una direzione al ribasso ai prezzi dei suini vivi, che già le scorse settimane avevano manifestato evidenti difficoltà di tenuta.
Sulle sorti del comparto stanno continuando inoltre a pesare gli sviluppi fortemente negativi che caratterizzano ormai da tempo il mercato delle carni, che anche su scala europea accusa le ricadute di un’offerta eccedentaria e di un export verso i Paesi terzi largamente inferiore al potenziale, a causa del supereuro. In ambito nazionale la Borsa merci di Modena ha archiviato la seduta con ribassi di 7 centesimi il chilo per i suini pesanti e fino 10 centesimi per le mezzene (in calo tutti i tagli industriali). Un andamento che ha continuato a caratterizzare anche il comparto bovino, che sulla stessa piazza ha accusato cedimenti sia per i vitelli che per i vitelloni da macello. Seduta senza scossoni per il bestiame da vita, dopo i recenti rincari legati al blocco delle importazioni di vitelli dalla Francia imposto dalle autorità sanitarie a seguito dell’emergenza blue tongue.
Riguardo agli avicoli, a Forlì è tornata la calma dopo l’ondata di ribassi delle ultime settimane. Per polli e tacchini non sono emerse ulteriori riduzioni dei prezzi. Al contrario hanno mantenuto la tendenza al ribasso i listini all’ingrosso delle uova, in un contesto di forte difficoltà anche per i conigli.